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Uno
dei pionieri dell'arte di
strada e consigliere comunale.
«Sognano di marchiare
la città che li rifiuta»
Davide Tinelli: quelli
che dipingono per passione
ormai sono una minoranza
intervista: Susanna Marzolla
MILANO - Era spuntato in
una notte, l'estate dell'anno
scorso: 50 metri lungo un
grigio muro di via Bramante,
un grande graffito - disegnato
e colorato - in memoria
di Carlo Giuliani, ucciso
a Genova durante il G8.
Ma è stato un caso
isolato: graffiti così
a Milano ormai è
difficilissimo vederli ancora.
E' invece tutto un susseguirsi
di scritte, di «tags»
come si dice in gergo, e
quasi tutte in nero. Ragazzi
come Marco che disegnava
per autentica passione,
come raccontano i suoi genitori,
sono sempre meno. E sono
invece tanti quelli che
vogliono solo «marcare
il territorio» con
le loro scritte.
Perchè questo fenomeno,
questa involuzione, dalla
velleità artistica
al grafismo deturpante?
«Perchè ormai
prevale l'odio reciproco.
La città odia i graffittari,
li disprezza, li considera
solo dei vandali. E loro
rispondono con altrettanto
odio e disprezzo: se disegno,
se coloro cerchi soltanto
di punirmi? E io ti faccio
lo sgorbio, due secondi
e neanche riesci a beccarmi».
L'analisi su questo nuovo
fenomeno è di un
graffittaro «storico»
(la sua prima opera è
del 1983 «dopo aver
studiato i graffiti di New
York»): Davide Tinelli,
detto «Atomo»
consigliere comunale di
Rifondazione Comunista.
E' dal 1993 che si scontra
con le scelte dei sindaci,
prima il leghista Formentini
e ora Albertini, acerrimi
nemici del graffito. «Albertini
è arrivato al punto
di mettere una taglia sui
graffittari. Un provvedimento
mai applicato, per fortuna.
Che però dimostra
l'odio di questa città
verso i giovani: danno fastidio
se suonano, se dipingono,
semplicemente se esistono.
Per loro solo divieti, multe,
cancellate. La "tolleranza
zero" è fallimentare:
se Albertini invece di ispirarsi
a Rudolph Giuliani, l'ex
sindaco di New York, si
fosse rivolto a un buon
pedagogo, la questione sarebbe
già risolta. Invece
una normale "febbre
di gioventù"
è diventata un pericoloso
braccio di ferro».
Il pericolo, il rischio:
sono questi gli elementi
che spingono i giovani a
«lasciare il segno»
in posti sempre più
difficili da raggiungere.
Vale poco la propria «tag»
su un muro. Vale molto di
più se scritta su
un vagone della metropolitana:
perchè viaggia, perchè
migliaia di persone la possono
vedere. E raggiungere questi
vagoni non nelle rimesse,
dove occorre solo un pò
di attenzione per non farsi
beccare ma giù, nei
tunnel, e quelli della linea
«rossa» sono
i più ambiti.
«Sion», l'idolo
di Marco. è riuscito
a «marchiare»
posti incredibili. E' anche
bravo a disegnare, ma questa
attività è
molto più difficile:
«Per fare un buon
graffito - spiega Tinelli
- bisogna spendere parecchi
soldi per le vernici, avere
tempo, poter lavorare in
tranquillità. Il
graffito per me è
un atto d'amore verso la
città perchè
vuol riempire di colore
il gragio. E' il gesto di
entusiasmo di un giovane
che vuole vedere il suo
disegno correre su un treno.
Non sarebbe meglio, ad esempio,
che autobus e tram girassero
disegnati dai ragazzi di
Milano invece che invasi
dai messaggi pubblicitari
o imbrattati di scritte?»
Servirebbe una simile proposta
a far tornare il graffito
ad espressione estetica,
e macchia di colore, come
si vede ancora sulle saracinesche
di alcuni negozi che hanno
incaricato appositamente
i graffitari più
bravi? Tinelli ne è
convinto, l'amministrazione
milanese assolutamente no:
«E' inutile dare ai
graffittari spazi appositi
- dice il vicesindaco Riccardo
De Corato - la loro sfida
è agire nel proibito.
Deve essere la società
tutta a far loro capire
che è solo vandalismo».
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