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La
Street Art
Uno sberleffo al potere
Giuseppe Culicchia
LA prima a parlare di graffiti,
in Italia, è all'inizio
degli anni Ottanta Francesca
Alinovi. Almeno di graffiti
intesi come Street Art.
A New York la giovane studiosa
entra in contatto con ragazzi
che dopo gli esordi illegali,
fatti di raid notturni nelle
stazioni della metropolitana,
stanno divenendo artisti
ambiti delle gallerie e
riconosciuti dall'ufficialità
dei critici. Su tutti Keith
Hering e Jean-Michel Basquiat.
New York è la capitale
degli yuppies, la città
delle mille luci cantata
da Jay McInerny, e però
anche l'incubatrice di quello
che nel giro di poco più
di un decennio è
diventato un fenomeno «di
tendenza» , oltre
che un problema alquanto
serio per le forze dell'ordine.
Fin dalle origini, infatti,
i «writers »
scelgono di prendere di
mira il Potere, di utilizzare
come tele le superfici di
edifici pubblici, panchine,
treni. E prima che alcuni
finiscano nei cataloghi
dei musei, le loro gesta
occupano soprattutto le
pagine di cronaca dei giornali.
Nei primi anni Settanta
sono i giovani afro-ispanici
dei ghetti, talvolta reduci
dal Vietnam come nel caso
di Futura 2000, a impugnare
magic-marker e bombolette
a spray. Dal più
stretto anonimato in vigore
all'alba del graffitismo
si passa presto al tentativo
di lasciare una traccia
del proprio passaggio nella
giungla d'asfalto della
metropoli, dove l'individuo
è per definizione
un numero. TAKI 183 è
il primo a sfregiare New
York lasciando una firma
riconoscibile (la Tag) che
nasce direttamente dalla
183a Strada, epicentro della
sua attività. Poco
più tardi, nel Bronx,
tra un pezzo rap e un passo
di break-dance, si formalizzano
gli stili e si stabiliscono
le Regole. C'è chi
riesce a dipingere nell'arco
di una sola notte tutto
un treno della Subway. E
il riconoscimento tributatogli
dai «kids» ha
senz'altro più valore
di quello destinato ad arrivare
sulle riviste di estetica.
Ancora qualche anno, poi
alla pari di innumerevoli
altri prodotti americani
ecco che anche i graffiti
sbarcano in Europa. Quella
che nel frattempo è
diventata una competizione
tra adolescenti armati di
colori in cerca di identità
individuale prende piede
già codificata anche
nelle nostre città.
Oggi ormai in Italia esistono
graffiti in stile New York
1980 anche nei piccoli centri
della Brianza. Che ci fanno
lì?, viene da domandarsi
quando li si scorge dai
finestrini di un interregionale.
Ma le ricerche di identità
individuale da parte degli
adolescenti non conoscono
confini nè epocali
nè geografici, anche
se passano attraverso il
paradosso dell'imitazione:
è stato così
per tutte le tribù,
a pertire dai beat per arrivare
ai raver passando dal punk
(salvo l'eccezione autoctona
dei paninari). Chi fa graffiti
però rischia in diretta.
Mentre lavori di spray la
polizia può sorprenderti
da un momento all'altro,
e il pericolo che corri
è parte integrante
del gioco. Poi, mentre stai
giocando, può capitare
di morire. |
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